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La costruzione delle frecce era molto bella. Comportava l’accattonaggio d’ombrelli rotti, raccattati in una discarica a noi vicina, e gran fonte di tante cose. Si prendevano così le bacchette di ferro. (I termini sono quelli dell’epoca). Si staccavano, i tirantini corti e poi, dove si congiungevano al cerchio, - vicino alla punta, - si spezzava via la bacchetta lunga: in questo modo, rimaneva attaccato un ferretto che, rotto nel punto giusto, formava un piccolo uncino fatto a ” V ”; e quello, era il punto dove si alloggiava la corda dell’arco. Il davanti, invece, veniva appiattito con il martello, e poi con la mola, si molavano via le due facce, per renderle appuntite. (Ehi, solo le mie avevano questo tipo di punta! Gli altri, usavano i sassi per spiattellare il ferro, e non venivano un gran bene). Ed infine, mentre tutti usavano la piuma, o penna di gallina; (per carità, molto realistica, proprio da film degli indiani). Io usavo un cartoncino, tagliato proprio come una penna; attaccato con dello scotch, rendeva la struttura un po’ più rigida; consentendo così, di tenere la freccia più diritta. .. Il posto più bello, dove tirare le frecce, erano ”le scuole“; quando si diceva: ”Andiamo alle scuole,“ ci si riferiva ad una vecchia scuola elementare, che frequentarono i nostri genitori e zii. Lo stabile era completamente in disuso, ed era fonte di tante escursioni di perlustrazione, e da quelle ampie scalinate ci s’inoltrava fin sulla soffitta. Era molto pericoloso, perché i pavimenti dei vari piani erano crollati, con dei gran buchi al centro. All’entrata vi era un gran portone di legno vecchio e un po’ marcio: ed era l’ideale per far conficcare le frecce. Tuttavia, con quell’ampio giardino davanti, posto su un altipiano, faceva pensare di essere in un tempo passato, come all’epoca dei castelli. Il tutto, era circondato da ampi alberi di pino, e da altri ancora. (Non so come si chiamasse quell’albero, che d’autunno, faceva cadere quegli strani ”frutti“; che giravano come un vortice, fino a toccare terra). Noi li chiamavamo ”gli elicotteri“. ..
Quando le frecce, beccavano il muro della scuola, - e spesso capitava, - dato che noi non eravamo proprio, dei gran tiratori; - si diceva: ” hai fatto cucchiaino!“ Questo, dalla forma che prendeva, la punta della freccia; e così, c’era un gran da fare, per ripararle. Anch’io, con dei sassi, in modo provvisorio, mi mettevo a raddrizzare la punta per giocare un altro po’, tanto dopo, le avrei sistemate con la mola di mio padre.
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