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A proposito di culo, mi ricordo quel giorno; radunati alla capanna, sempre a fare qualche prova di sopravvivenza, ne capitò una proprio grossa. Beh, ne capitarono molte di più di una; ma questa fu parecchio pericolosa. . Il ”lancio nel vuoto appesi ad una corda“!
La corda fu legata ad una pianta, che sporgeva tutta storta a sbalzo su una rivetta. La prova consisteva, nel prendere la rincorsa dal punto superiore della riva; e correndo con la corda tra le mani, si doveva oltrepassare il dirupo, ruotando ad alta velocità attorno all’albero, per poi ritornare ancora sulla riva superiore. L’idea fu mia, e Giorgio acconsentì. Dopo un po’ di giri, il gioco cominciò a farsi un po’ monotono, e così Giorgio decise di modificare le regole. Prese dei pali molto lunghi, e li conficcò nel dislivello inferiore della riva. Noi, con i piedi, mentre si girava con la corda attorno alla pianta, dovevamo abbattere più pali possibili. Naturalmente vinceva chi ne abbatteva di più. Cominciò Giorgio, poi io e infine mio fratello. ”Canarino“, non ci pensava nemmeno, neanche quando i pali non c’erano. Era sempre stato un fifone. Al contrario di noi, me compreso, eravamo molto coraggiosi e stupidi. Ai tempi, ”stupidi“ era un termine che ci davano i grandi. Noi invece non ci accorgevamo del pericolo. Non ci crederete, ma la corda si ruppe, e Marco (mio fratello) cadde di schiena sul prato sottostante tra un palo e l’altro.
Giorgio si precipitò a vedere, seguito da tutti noi, e senza pensarci due volte; prese Marco sulla schiena; aveva un modo particolare di trasportare le persone, simile a quello dei soldati visti in TV. In seguito c’insegnò il metodo. Quel giorno, ci spaventammo sul serio, anche di più di quando finì (sempre mio fratello) nel fosso pieno d’acqua con la testa in giù. Ahh, quel giorno se lo ricorderà per tutta la vita! .
Accadde così: stavamo mangiando le prugne, - naturalmente rubate da una pianta, che era vicina alla strada, - quando l’occhio mio e di Giorgio, videro un fossetto pieno d’acqua. Stava tra il muro di contenimento al ciglio della strada e la riva del prato, dove c’era la pianta di prugne. Naturalmente andammo a vedere da vicino: lì si poteva giocare con l’acqua! Con dei legnetti si doveva, movendo l’acqua, far correre delle cartucce vuote, trovate sempre lì nel prato. Le cartucce vuote, quelle per la caccia ai fagiani e altri uccelli di quel tipo, sono lunghe circa 6 o 7 centimetri, e sono dei piccoli cilindri di plastica, raccordati al bossolo d’ottone. Messe nell’acqua, con il peso dell’ottone, stavano a galla diritte.
Fu così che quel giorno, movendo l’acqua con un piccolo bastone, Marco ci finì dentro a testa in giù. Beh, quel giorno Giorgio, più vicino a Marco, in un lampo si sbracciò e prese mio fratello per il cavallo dei calzoni. Giorgio gli salvò la vita!
Marco per qualche minuto non riuscì a parlare dallospavento. Il gioco delle cartucce continuò nei giorni a seguire, ma non più lì, in quel posto. Da allora con le cartucce, che mio padre cacciatore ci portava a casa per giocare, si andava in un altro prato poco più distante, dove passava un piccolo ruscello. Naturalmente non seppe, mai di quella volta di Marco.
Si scommetteva sempre sull’arrivo delle cartucce. Le mie, erano sempre quelle verdi; (era il mio colore preferito!) E poi, del resto, tutti volevano quelle rosse, e non ce n’erano per tutti. Almeno lì non si correva rischio, perché l’acqua era bassa, e per di più ci pensava da sola a trasportare le cartucce fino all’arrivo; se non per un breve tratto, dove era consentito toccare le cartucce con un bastone; - senza però spingerle troppo. ..
Un altro posto, molto pericoloso era "La vasca". Così, era chiamato quel posto, disperso nel bosco, dove passava il fiume "Olio". Si andava fino al "punt dell'oli," e scendendo da un sentierino, si attraversava il grande tubo che conteneva il corso d'acqua; e che sorreggeva la strada sopra. Il bello era, camminare tra un masso e l'altro, senza finire con i piedi nell'acqua; ed oltre alla "sfiga", di bagnarsi i piedi. L'acqua, era gelatissima. Mano mano si scendeva giù, lungo il fiume, il percorso era sempre più impervio; dopo una bella camminata, si arrivava fino ad un punto, dove il fiume si fermava dentro una grande vasca; con in fondo una cascata. Quel posto, era un incanto. Si poteva fare il bagno, perché l'acqua era piuttosto bassa. Tra i rami delle piante, filtravano dei raggi di sole che illuminavano l'acqua, e i sassi ai lati; dove noi ci sdraiavamo per prendere il sole. Naturalmente, l'acqua era gelata, e il bagno fatto da noi, era molto breve. Entravamo solo, fino alla "vita"; stando solo in piedi. Nessuno di noi, sapeva nuotare. Poi, si usciva subito, correndo verso i massi più illuminati dal sole; per riuscire almeno un po', a scaldarci dal freddo che avevamo. Noi, credevamo di aver scoperto quel bel posto, ma invece ci sbagliammo. La "vasca," la conoscevano anche i nostri genitori, e persino i nonni. Naturalmente, i nostri genitori, non volevano che noi andavamo lì; ma noi, con delle bugie, non glielo dicevamo. Loro, dicevano che lì vicino, c'erano molte tane delle volpi ed era pericoloso; inoltre dicevano, che c'erano anche molte bisce: Specialmente il pericolosissimo "bess galètt"; un serpentello molto corto, con sulla testa una cresta come quella di un gallo; e un particolare inquietante. Si diceva infatti, che il "bess galètt," fissava la sua vittima incantandola; e poi si avvicinava, per morderla sulle caviglie. Noi, non lo incontrammo mai, ma avevamo lo stesso un po' paura; perché quel racconto, non era solo detto dai nostri genitori, ma anche da tutti i vecchietti del posto. Essi, lo raccontavano sempre, con le stesse caratteristiche, e raccomandavano sempre, di non fissarlo negli occhi; (il "bess galètt"); e di girarsi immediatamente scappando di corsa. ..
Un giorno, partimmo con gli attrezzi, per costruire un sentiero in modo di arrivare più in fretta alla vasca; tagliando giù da una "scarpata," molto ripida. In quell'occasione oltre a noi tutti, cera anche Ottavio; egli, fu incaricato di portare il piccone. Incominciammo a scendere giù per la scarpata, ed io ero davanti; quando Ottavio, non so che gli prese quel momento, (forse non mi aveva visto); fatto sta, che lanciò giù il piccone, per non portarselo sulle spalle; e finì proprio sulla mia testa. Non era forse il mio destino quel momento, perché il piccone dopo vari giri su se stesso, mi arrivò dalla parte del manico di legno; e così, mi fece spuntare un bel bernoccolo in fronte, senza gravi conseguenze.
Dopo varie escursioni alla "vasca", ci fu un giorno una decisione comune; dopo aver visto sul fondo, in una delle vasche più piccole, formate dalla cascatella, subito dopo la grande vasca; una biscia molto grande morta sul fondo. (Forse un "birlundon"). La paura generale, ci convinse a non ritornarci più in quel posto. ..
Alla capanna, un giorno, in occasione della costruzione del ponte; che attraversava il nostro piccolo torrentello, Marco, ne combinò un'altra delle sue. Sentimmo, delle grida d’aiuto; andammo di corsa a vedere, e Marco lo trovammo sprofondato nel fango.
Il fango, si era formato da una recente frana, proprio vicino alla discarica dove noi andavamo sempre. Lo scenario era tipo sabbie mobili; anche se però, lui si fermò al livello della "vita"; - meno male! - Noi con un pezzo di legno, andammo a salvare mio fratello visibilmente spaventato. Noi al contrario, ci divertimmo ad eseguire quel salvataggio, proprio come quelli visti nei film dei caw-bois. La mamma invece, non fu molto contenta; - anche se io, compii un’azione eroica. - Perché sgridò anche me, malgrado io fossi meno sporco di fango. ..
Quando non si andava alla capanna, ci si divertiva con la bici. La mia era molto bella: (Si chiamava ”Special 2000“). Tipo, come da cross; con il manubrio tipo ”ciopper,“e la sella lunga. Il colore era doppio, – arancio e giallo; – ed anche la sella, era a righe striate di quei colori. Naturalmente, adottai un po’ di modifiche; (tolsi anche tutti i parafanghi). Andava proprio bene, per la montagnetta di terra in quel posto, vicino al cimitero. Costruimmo il percorso; con tanti salti. Era una favola! Io ero molto bravo a spiccare quei salti.
Giorgio, che aveva la bici da corsa, non poteva saltare troppo; e così, finiva sempre che usava la mia. Quando poi una signora, lo vide saltare i dossi come un matto, e impennare continuamente la mia bici, andò a dirglielo a mia mamma; e così, mi vietò di prestare la bici a Giorgio, e di andare alla montagnetta. ..
Un giorno, costruii anche un carrellino, da applicare dietro la bici. Era stato forse, quel giocattolo molto vecchio, che mi aveva dato l’idea. Fatto sta, che quel seggiolino con quel cavallino davanti, mi fece ideare il carrello da applicare dietro la bici. Naturalmente lo trovammo nella discarica ben attrezzata. La forma era di un piccolo calesse, e con dei pedali strani (bisognava spingerli alternativamente), si poteva andare in giro. Il piccolo cavallino, davanti nascondeva il ruotino anteriore; e con le briglie, si poteva girare. Era molto bello il "marchingegno", ma per noi era troppo piccolo: non ci si entrava più molto bene per usare i pedali. Così staccai il cavallino e tutta la pedaliera, e con un gancio girevole lo applicai alla bici. Era uno spasso, andare in giro con quel carrello agganciato. La gente per strada sorrideva, e mio fratello li salutava da dietro. Ci provai anche io, a salire nel seggiolino, ma quel giorno, le cose non funzionarono troppo bene. Io, forse pesavo un po’ di più, o mio fratello non molto esperto, percorse pochi metri; e poi, la bici s’impennò e cadde. Non si fece niente, per fortuna. ..
Che dire poi, di quella volta che m’improvvisai, ”MEDICO DOTTORE“. Presi mia sorellina come cavia, e in quell’estate lì, nel nostro giardino, feci sedere su una ”sciuca di legno“ mia sorellina. Poi, presi il pennino dall’astuccio di scuola, e con l’accendino di mio padre, lo scaldai bene in punta; proprio come fece il dottore in occasione del vaccino contro il vaiolo. Poi sul braccino di mia sorella, cominciai ad incidere vicino la spalla, uno scarabocchio; come quello che il dottore mi fece sul braccio. Inutile dire, che quelle urla, raggiunsero l’orecchio di mia madre; che immediatamente, con un altrettanto urlo dal balcone, mi fece scappare di corsa, dalla paura di prendere un sacco di botte. Capii così, che l’avevo combinata grossa. Mia sorella, fu subito soccorsa e disinfettata con lo ”spirito“; così chiamavamo l'alcol, che si usava a quei tempi. Esso, bruciava ancora di più della ferita. Poverina! ..
Com’era bella mia sorellina da piccola. Intanto era la cocca di papà, e a noi due, non andava giù molto. Perciò eravamo sempre addosso, e la scherzavamo sempre. .
Le capitò anche a lei, un salvataggio in ”extremis“. Mi ricordo quel giorno, seduti a tavola, con dei cugini di mio padre; che noi chiamavamo, ”i cugini di Milano“. Si stava tutti a mangiare, mentre mia cuginetta di (2° grado) poco più grande di mia sorellina, si mise a giocare sul divano con lei. Devo precisare che mia sorellina, stava volentieri seduta immobile sul letto o sul divano, e assumeva una posizione come un manichino o una bambola. Era così bella che sembrava davvero una bambolina. Beh quel giorno, si era messa proprio lì, immobile sul divano; e a quel punto, la cuginetta, si avvicinò al suo viso, con uno stuzzicadenti; e piano piano, le si avvicinava agli occhi; sembrava una scena di ”orror,“ - alla Dario Argento. - Chissà come le venne in mente, di fare quel gioco così pericoloso; fatto sta, che quando mi accorsi che ormai lo stuzzicadenti, era a meno di un centimetro dall’occhio, chiamai mia mamma.
”MAMMAAAAAA!!“ Tutti si girarono, e in una frazione di secondo si sentii un urlo; ma alto, ma alto; di mia zia. Mia cuginetta, di colpo arretrò, mentre con un balzo dalla sedia, mia madre la prelevò. Ci fu una confusione generale, oltre allo spavento, e alle frignate di tutte due. ..
Un altro, dei ricordi da incubo, fu la scalata della roccia che io, Marco, e Giorgio, affrontammo. Non incominciò subito, quel pomeriggio lì, sul cantiere, dove sorgeva una bella villa in costruzione. Prima giocammo un po’ nel grosso serbatoio; ( noi lo chiamavamo bonza) del gasolio. La prova era semplice, chi aveva coraggio doveva scendere dentro. Naturalmente, era vuota; o almeno non c’era il gasolio; ma bensì un po’ d’acqua. Cazzo quel buco, abbastanza stretto, me lo ricordo ancora ogni tanto. Perché Giorgio, che doveva tirarmi fuori, fece finta di scappare, e mi lasciò lì dentro per un bel po’. Quando alla fine, mi prese una paura di non uscire più, cominciai a gridare e così, arrivarono Giorgio e Marco, e con le braccia mi tirarono fuori. ..
Non contenti, incominciammo un altro gioco. Proprio di spalle alla ”bonza,“ s’innalzava una parete rocciosa. Essa, era formata di sassi sottili, tutti a strati obliqui; e proseguiva, per un bel pezzo, in modo verticale fino al bosco soprastante. Noi, intravedemmo come un fossile, incastrato nella roccia; proprio a metà parete. E’ ovvio, che noi, andammo a vedere da vicino; e così, incominciammo a scalare la roccia. Fu così, che arrivati a metà parete, non riuscimmo più ad andare né avanti né indietro; perché il percorso, si era fatto pericoloso, e noi aggrappati alle rocce, incominciammo ad avere una forte paura. Sul serio, la situazione era davvero grave. Restammo lì, aggrappati per un bel po’; quando poi Giorgio, si decise, e incominciò a ridiscendere la parete; aiutato da noi che le tenevamo le braccia; mentre, con i piedi tastava il terreno per trovare l’incastro giusto nella roccia. Quando fu a terra, prese un palo molto lungo; trovato lì vicino, e lo appoggiò contro la parete di roccia, per far sì che noi due, riuscissimo ad aggrapparci per ridiscendere. L’operazione riuscì con successo, ma che spavento che ci prendemmo. ..
Il più angosciante, resta tuttavia il percorso nei tubi di cemento, sotterrati nel terreno dall’impresa. A quell’epoca stavano rifacendo la fognatura. Un giorno, andammo giù nel campo, io, mio fratello, e Canarino. Io proposi di fare una prova di coraggio. Ci si incamminò, proprio all’imbocco della tubazione ancora nuova; (non vi passava ancora la fognatura). Quindi, decidemmo di entrarci. Si passava a malapena, dato che quei tubi di cemento, erano strettissimi. Avevamo le braccia allungate in avanti, e con gomiti e i piedi strisciando, ci aiutavamo per proseguire. In fila uno dopo l’altro ci inoltrammo. Proseguimmo per un bel po,’ ma, tra il buio, la fatica, e la mancanza di ossigeno, cominciammo a spaventarci. ”Porca vacca“! Io, diedi l’ordine di uscire immediatamente. Canarino, che era dietro tutti, entrò nel panico. Non riusciva più a retrocedere, e sia mio fratello, che io, cominciammo a spaventarci sul serio. Avevamo fatto parecchi metri, e il panico, stava assalendo anche noi. Ma per fortuna, pian piano, riuscimmo ad uscire retrocedendo. Anche se il mio intento, era di scalarlo tutto, quel tunnel maledetto. Meglio così, che non ci inoltrammo molto. Mio fratello, ancora adesso me lo ricorda; dicendo di aver fatto anche, qualche brutto sogno riferito a quella volta.

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