State ascoltando " Quinta sinfonia " di L. V. Beethoven

 

cap.07 La vecchia filanda 

 

Per fortuna, quel giovedì pomeriggio di ritorno da una lezione di piano, c’era anche mio fratello. Così, decidemmo di fare un nuovo sentiero ancora più inoltrato nel bosco. Eravamo incuriositi, anche dai racconti di mio padre, che menzionavano spesso un posto in mezzo ai boschi; dove al tempo di guerra, vi si nascondevano i partigiani. Era stata una vecchia filanda.

Così la vidi. Un posto davvero molto misterioso. Avevamo un po’ paura; anche perché, tutti gli alberi attorno, non facevano filtrare molta luce; e quel posto così buio e tetro, dava un’impressione tale, che non so descrivere. ..

La vecchia filanda, era tutta rivestita d’edera, e un sacco di piante arrampicanti, lasciava intravedere ben poco al suo interno. Per di più una grossa muraglia di sasso, la circondava completamente. Anche il grosso cancello di ferro arrugginito era sbarrato. C’era però un punto dove si poteva guardare dentro, salendo su di una riva del bosco, si guardava giù l’interno del cortile immenso, con tutta una facciata dello stabile ancora ben conservato. I vetri alle finestre erano tutti rotti, ed all’interno, grandi locali completamente vuoti. Solo qualche cartaccia e vetri rotti. Dalla riva inoltre, si poteva salire sulla grande muraglia, ma era talmente alta, che non si poteva scendere all’interno. Giù, al pian terreno tra l’erbaccia scorgemmo una bellissima cosa: un’auto d’epoca della guerra, forse una ”balilla“; tutta nera, con due parafangoni grandi. Sulla parte laterale, aveva un sacco di buchi, fatti da qualche mitraglietta tedesca; (credo). Era per metà però, sepolta da un mucchio di terra, forse franata giù. Naturalmente, oltre alla paura che incuteva quel posto misterioso, vi era anche una curiosità sfrenata. .. Ovviamente, tornati a casa, dicemmo tutto a Giorgio. Quel racconto diventò presto, una spedizione alla ”Busina“. Così, si chiamava quel posto,  raccontato dai nostri genitori, con attorno al racconto, sempre un velo di mistero. ..

Riuscimmo ad andarci. Aha eravamo in tanti, sapete, c’era un po’ di paura. Ci portammo con noi, anche la corda,  oltre gli archi, frecce e pugnali vari. Scalammo il muro, con una certa ”caga“; ed infine, andammo a vedere subito la balilla. Ognuno di noi, faceva un commento, su come sarebbe stato al tempo di guerra; e come mai, ci fossero quei buchi di pallottole sul fianco. Questi racconti peggioravano ancor più, la paura di rimanere in quel  posto così abbandonato nei boschi. Poi però, c’inoltrammo nello stabile, tra l’erbaccia alta; buttammo giù, una porta già ”scassata di suo,“ e in quel gran locale, vedemmo solo dei gran cartoni tutti marci e sfaldati per l’umidità. Dentro c’erano, un sacco di rocchette; utilizzate per il filato. Ne prendemmo un bel po’, e poi ce ne andammo. C’era sempre l’abitudine, di prendere qualcosa come bottino, per poi conservarlo alla capanna. Quei rocchetti, di cartone molto spesso, e di colore giallo-arancio; erano lunghi circa 10 / 12 centimetri, ed un diametro molto piccolo; credo meno di 2 centimetri. Erano insomma, dei piccoli tubetti tutti uguali. In apparenza molto inutili, ma poi, furono impiegati come finte pallottole. Sì proprio così. .. Io, inventai la mitragliatrice. Simile a quella di ”Rambo,“ ma tutta di legno; con incastrato un tubo, sul lato superiore, e con le astine ripieghevoli sul davanti. Esse, erano fissate, con un chiodo come perno. Il dietro, era proprio simile ad un calcio di fucile. Beh, mio padre ne aveva tre, e fu facile scopiazzare la forma, più o meno uguale. La caratteristica più bella, era che attraverso una fessura: (Grande quanto le rocchette gialle), si procedeva al loro infilaggio; legate per bene tra loro, con due giri di spago ai lati esterni. Formavano una fila continua. Era una ”figata“! Naturalmente si giocava in due, perché uno sdraiato completamente per terra sparava, o meglio, fingeva di sparare, con tanto d’effetto sonoro: (Tututututututtu -  Tututututut). L’altro, infilava le finte pallottole, per poi tirarle lentamente al passo del ”Tutututututut.“ Quell’esemplare molto bello, piacque molto. Giorgio  se ne costruì uno anche lui, e io; quel prototipo, lo regalai a mio fratello. Io ne feci un altro per me, ancora più bello. .. Il gioco ai soldati, dopo quello dell’arco e frecce, era il più preferito da noi. Chi non aveva il mitragliatore di ”Rambo“, usava un bastone con applicato due legnetti, uno a metà e l’altro in fondo, imitava invece la mitraglietta. (Trrrrrrrrrrr Trrrrrrrrrrrr). Naturalmente, c’erano anche le bombe a mano; utilizzando le pigne quelle già tutte aperte. (Buuuuummm)!!!!!!!!!!!!!!