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Intanto, alla capanna, i lavori erano quasi finiti. Mancava però, l’arredamento interno. Io volevo mettere un divano, volevo portarci Barbara; (all’insaputa di Giorgio, e soprattutto di Ottavio). Ottavio però, non era della banda; era solo in compagnia in piazza la sera. Per cui, non sapeva nemmeno, dove si trovava ”Alfa“. Meglio così! ..
Ci fu così, la spedizione a Consonno. Un paesino bellissimo; era davvero speciale. Io, lo conoscevo molto bene, perché le domeniche d’estate, mio padre portava tutti noi. Non so quanti bambini, hanno avuto la fortuna, di andare in un posto così. Era in assoluto la città dei balocchi! Nel vero senso della parola. Consonno, aveva una grandissima costruzione al centro, a forma di sinagoga araba; alta tre piani, con una torre altissima, dove si poteva salire. Le finestrine, dei piani superiori, erano come quelle dei castelli; con la volta rotonda sopra, molto allungata, e con tutto intorno delle decorazioni di piastrelle colorate; a forma di simboli delle carte da gioco, di svariati colori. Tra un piano e l’altro, c’erano immensi terrazzi, ai quali ci si arrivava da una grande scalinata. Le ringhiere, anch’esse, erano tutte colorate, di svariati colori pastello. I locali, erano tutti dei negozi pienissimi di tutto; proprio di tutto. Sotto, al pian terreno, tra quei portici, c’era la ”passeggiata dei bambini“: anch’essi a forma di volta molto allungata, tipo un cono, ma con quattro lati. Sopra vi si appoggiava il gran terrazzo per la veduta del panorama. Inoltre, ancora a sbalzo, ulteriori cupole con due lati a forma di ”V“ rovesciata. . Verso tutto il lato, c’erano i negozi; - solo di giocattoli -. Ce n’erano talmente tanti, che i negozianti ne mettevano anche fuori; attorno ai pilastri, o in grandi ceste di vimini. Io e mio fratello, non facevamo molti capricci; come tanti altri bambini, che volevano comprare sempre qualcosa. Anzi, era mio padre, che, quasi tutte le volte che andavamo lì, ci comprava sempre un aereoplanino di balsa; di quelli, con l'elica di plastica, e un elastico posto al di sotto per tutta la struttura. Una volta caricato l'elastico, con un dito sull'elica, e con l'altra mano, si doveva lanciarlo nel vuoto. E così, lancio dopo lancio, finiva sempre per prendere, la direzione sbagliata; finendo giù nelle rive del prato, molto ripide; con conseguente, "frignata" di noi. .. Naturalmente, eccitati dai lanci, volevamo giocare ancora; ma papà, non era mai disposto a comperarne un altro. Eravamo comunque consolati, con un gelato; - di solito il ghiacciolo verde. - .. Però, su una cosa, volevamo salire sempre; le macchinine a batteria, che giravano attorno ad una piazzetta; con il pavimento di marmo, lucidissimo. Queste macchinette strane, avevano il sedile tipo moto; ma con il volantino da macchina, e la forma, rassomigliava ad un gatto venuto male. Andavano con 50 lire, e in poco più di un minuto, si fermavano. ..
Proseguendo per la grande strada; (chiusa alle macchine da una catena), e lasciando la ”sinagoga“ sulla sinistra, vi era una gran fontana; ed attraversando un piccolo ponte, ci si arrivava. Anch’essa, molto bella; con svariati rialzi, tipo torta a 5 strati da matrimonio. Inoltre, zampilli da tutte le parti. In fianco, su di una struttura di sassi ammassati, si appoggiava un vecchio cannone, (della prima guerra mondiale); con le due ruote ai lati. Mio padre, diceva sempre, che era vero quel cannone; ma io, non lo dubitavo. Molto più in là, percorrendo una stradina piena di curve, e di cartelli, con svariate scritte del tipo: "Benvenuti a Consonno", "Chi vive a Consonno campa cent'anni", "Consonno il paese più bello del mondo," e cosi via; si raggiungeva, una collinetta dove in cima, vi era un grande spiazzo. Super affollato anch'esso di gente, che ammirava il panorama. Alcuni invece, sdraiati sull'erba, facevano il pic-nic. In fondo, vi era un gran fosso; molto profondo; tutto di cemento armato, e senza parapetto. Esso, serviva per il "Tiro al piattello; più precisamente, era il posto dove cadevano i piattelli, frantumati da quei colpi di fucile assordanti. Era bello vedere sparare gli uomini a quei piattelli. E così, convincemmo nostro padre, a provare anche lui. Lui, fingeva di dire di no; ma si capiva che voleva provare. Del resto la mira ce l'aveva; - era un cacciatore. - Quella volta, si decise e provò a sparare. Noi da dietro, facevamo il tifo, e lui, sparò tutti i colpi a disposizione; naturalmente, non li colpì tutti; anche perché era la prima volta, che giocava al tiro al piattello; e a sua detta, bisognava avere la "malizia". Comunque, era stato bravo; e noi, eravamo tutti "gasati," davanti agli altri bambini; perché nostro padre, sapeva sparare. .. Una cosa curiosa, che mi lasciò senza risposta, era la parola: ”pull“; che i tiratori con il fucile, dicevano prima di sparare; e che mio padre, non mi seppe spiegare. Molti anni dopo, per caso, vidi la scritta ”pull“, sull’interno di carta stagnola, delle sigarette; e capii, che (forse) voleva dire di tirare. .. Di solito, per completare il divertimento, tra il ciglio dello spiazzo e la riva, vi era una vecchia locomotiva vera, dove tutti i bambini potevano salirci sopra a giocare. Quando salivamo noi, io e mio fratello, era un dramma per i nostri genitori, perché quando era l'ora di andar via, noi non volevamo più scendere. Tornando fin al parcheggio delle macchine, si passava davanti ad un ”night club“, o discoteca. Lì, i nostri genitori non ci hanno mai portato dentro. Almeno, fin quando Consonno era ancora vivo. .. Le giornate tipiche a Consonno, terminavano quasi sempre, con la tappa fissa da "Scangia".Era un piccolo chiosco, sulla strada di ritorno; disperso in un grande prato. Scangia, era il soprannome del proprietario; che essendo zoppo, usava la "scangia": (stampella). Anche il chiosco, prendeva il suo nome. Su quei tavoloni di legno, ricoperti da grandi tovaglie di tela cerata, si mangiavano le costine, e salsicce alla brace; accompagnate, con patatine fritte, e del buon vino rosso. Lì spesso, si rincontrava gli stessi bambini, conosciuti a Consonno; e così, si finiva di giocare un alto po'.
Pochi anni dopo, Consonno morì a causa di una frana; che ruppe i collegamenti, con la città di Lecco. E da dove, provenivano la maggior parte, dei negozianti. Quello strano paese, si accendeva, solo la domenica. Le strade per arrivarci, però, erano due; proprio all’opposto della montagna; solo che quest’ultima, era parecchio impervia; e non offriva, la possibilità ai furgoncini; (stracarichi di mercanzie), di percorrerla. Finì così, quel paese dei balocchi, per diventare un paese fantasma. . Finirono con lui, anche quei viaggi fantastici, con i nostri genitori. .. A poco a poco i vandali, cominciarono a rompere tutto. Essi, saccheggiarono le poche cose, ancora rimaste. La strada, vicino a quella struttura enorme, si riempì di vetri e calcinacci. Un vero peccato! Ma noi, un po’ più grandicelli, andammo a visitare, quel posto fantasma; che diventò (a malincuore), anche più intrigante. Lì, si poteva trovare di tutto. Naturalmente, le nostre spedizioni, comprendevano l’accattonaggio d’oggetti, d’ogni tipo; gli ultimi rimasti ormai. .. Una volta, andammo sulla collinetta, dove c'era la locomotiva; e la trovammo rovesciata giù dal ciglio, tutta rotta; e con alcune parti bruciate. Che peccato! Vedere, il nostro vecchio gioco, finire così. Poi, fummo attirati, dal grande fosso di cemento; saranno stati circa 4 metri. Decidemmo di scalarlo fin al suo interno. Con gran fatica, prendemmo un grande tronco, e lo infilammo giù nella buca enorme; e poi, scendemmo tutti all'interno. Trovammo solo, un sacco di piattelli, e cartucce vuote. Non so, di chi fu l'idea; ma fatto sta, che prendemmo un bel po' di piattelli ancora interi. Riempimmo i nostri zaini, che alla fine, pesavano tantissimo; - Un altro bottino per la capanna. .. Entrammo, finalmente, anche in quella discoteca; con ormai tutte le finestre rotte; e i pochi vetri ancora buoni, Giorgio, e noi, li colpimmo con delle "sassate". Non ne restò più neanche uno intero. Stranamente, all'interno c’erano ancora dei bicchieri buoni; e qualche bevanda. Quello che a noi interessò, furono i divani già tutti a pezzi; ma con ancora la gommapiuma. Giorgio, che teneva sempre un coltello, cominciò a tagliare via la stoffa; per recuperare la gommapiuma. Venne utilizzata in seguito, per il desiderato divano. ..
Costruimmo poi, una grande cassapanca; e sopra, ci fissammo quella gommapiuma ben lavata. . All’interno, vi erano ben riposti, tutti gli attrezzi da lavoro. C’era sempre qualche modifica da fare alla capanna. Inoltre, c’era anche qualche coltello, archi e frecce, ed anche un’accetta. In un sottoscomparto, molto nascosto, c’erano inoltre, anche un sacco di ”giornaletti porno“; che, in certe circostanze, sfogliavamo zitti zitti; e con uno sguardo talmente attento, che un giorno, non sentimmo neanche il padre di Giorgio; che si stava avvicinando. Mamma mia che spavento! Quelle cose lì; se venivano scoperte, erano gravissime; almeno per noi, e a quell’epoca, sembrava una cosa grave. . Neanche chi era di guardia, si accorse dell’arrivo del padre di Giorgio; perché anche lui, era lì a vedere quelle belle "gnocche". ..
Giorgio, girava le pagine; e se correva, nessuno osava digli di tornare indietro, con la pagina; e se proprio si faceva un commento, era sempre seguito dopo quello di Giorgio; che visibilmente imbarazzato, la prendeva sul ridere. ..
Io, per l’età che avevo, sapevo molte cose sul sesso; e poi, quando capitava a me, di trovare qualche giornalino per strada; (spesso si trovavano in un posto chiamato "il piazzale," dove si fermavano di sera le macchine in"camporella"); prima di consegnarlo come bottino, me l’ero imparato a memoria.

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