State ascoltando " Il portiere di notte " di Enrico Ruggeri

 

cap.14 L'inverno 

 

Venne così l’inverno e le scuole cominciate già da un po,’ ci tormentavano di compiti. Io, a scuola ero abbastanza bravo, ma anche mio fratello. Per i compiti, ci aiutava mia madre. Sapeva sempre tutto; devo dire, che ci tirò su molto bene; malgrado noi la facessimo disperare. Lei, era molto colta; un’intelligenza diversa da mio padre. Lei, leggeva molto ed era anche sempre all'avanguardia, sui termini moderni dei ragazzi; (forse perché, era sempre lei a seguirci con la scuola). C'era inoltre, un dialogo molto aperto tra noi. Quello che mancava a mia madre, invece l'aveva mio padre: Fantasia e  intelligenza tecnica; - la mia preferita. - .. Le sue spiegazioni, erano di solito molto esaurienti, sempre riferite a qualche funzionamento tecnico; (del suo lavoro): . "Bisugna fà inscee!" diceva sempre. E poi, spiegava (in italiano). .. Anche sulla coltivazione delle verdure, era espertissimo; oltre alla conoscenza della natura. . Sapeva sempre, guardando il cielo, o aiutato dai venti, se l'indomani sarebbe stato bel tempo. Addirittura, quando "per finta" ci domandava: "che de l'è incoo?" e noi rispondendo alla domanda, lui ci diceva il nome del Santo di quel giorno, con il detto popolare in rima. Per esempio: "Sant Agnees, la luserta per la sceess; Sant Sebastiàn, la vioola in man;   Sant Giusèpp; foo i culzèett; Santa Caterina, se taca i vacc ala cassina; San Nicoola, la nisciola la croda; San Michee, la pianta l'è tua, e i fiicc ien mee; Santa Luzzia, l'è ul dee pùssee coùrtt; che ghe sia. Noi, puntualmente, controllavamo sul taccuino, e quando non ci azzeccava, diceva che l'errore era di quelli che l'avevano stampato. .. Il dono più spiccato che aveva, era anche: L'orientamento. Ad ogni domanda di località, lui indicava sempre la direzione; e lì non sbagliava mai.

Mio padre, non si arrabbiava mai tanto con noi, però, quando lo era, delegava sempre mia madre, per la rimproverata di turno. A volte, lanciava di quelle ”ciabattate;“ quando non ubbidivamo. Così apparentemente, sembrava la più cattiva; ma noi lo sapevamo quando il babbo, era "incazzato". Noi non andavamo, sempre volentieri nel campo; a zappare o a sfoltire l'erba nell'orto. Però mamma, riusciva sempre a convincerci con bei modi. .. "Dai vi gioo a vutà il vost pa che le strac, violter inveci si giùven, e po quant i fenì, pudì na a giugaa alla capana". Questo però; succedeva in primavera. .. Mentre d'inverno, con il taglio delle piante nei boschi; per far la legna da bruciare nella stufa, noi ci divertivamo molto. Questo lavoro, era molto più pesante. - Il sentiero che portava nel nostro bosco, era talmente ripido che si arrivava già stanchi, prima di incominciare a lavorare. Ma poi, dopo il taglio e la pulizia dei rametti per le fascine; i tronchi, venivano tagliati a pezzi, e legati sul "traìno". Noi, dovevamo tirarlo con la corda, per un breve tratto; e quando incominciava la discesa, con un balzo salivamo sopra il "traìno;" che ci trasportava, fin giù a valle. Era molto pericoloso ma bellissimo; tanto che, non ci pesava la gran salita di ritorno. - ..

La cosa più brutta invece, ordinata da mamma era: ”asciugare i piatti“. Come non ci piaceva quell’incarico!! Ma io da bastardo, dopo qualche mese, pensai di dare dei soldi a mio fratello; (50 o 100 lire) affinché lui, mi asciugasse i piatti, quando toccava me. Mia madre, non era tanto d’accordo; ma mio fratello, si prestava volenteroso, che alla fine lei, non diceva più niente; e lo lasciava fare. (Ci tengo a precisare che lo pagavo mio fratello). ..

Con la neve non si andava nel campo, e neanche alla capanna; ma lì vicino. Infatti, dalla casa di Giorgio, posta un po’ fuori dal centro paese, partiva il sentiero tutto in discesa; che portava anche alla capanna. . All’inizio del sentiero, vi era uno spiazzo ciottolato; da cui si poteva ammirare, il bellissimo panorama; che il nostro paesino, offriva a tutti. Anche ai milanesi; era questo, i vero motivo, per cui i milanesi vi arrivavano in villeggiatura; perché del resto, a parte anche l’aria buona, non c’era proprio niente. . Però, quello spettacolo era davvero bello: di giorno si vedevano tutti i monti; dal vicino Monte Barro, al Resegone, il Cornizzolo, la Grignetta, ed il particolare monte chiamato; Tre corni di Canzo.  Con il bel tempo ed un po’ di vento, si riusciva a vedere anche il lontano Monte Rosa. Nella vallata si vedevano inoltre anche il lago di Pusiano, di Annone, ed il lago di Oggiono. Ma lo spettacolo, non mancava neanche di notte; quando con tutte quelle luci, si vedevano ben delineate, tutte le strade vicino al loro paese. Uno spettacolo unico! ..

Partimmo giù in picchiata, col nostro bob; seguiti dallo slittino di Giorgio. Quel sentiero si era trasformato in una pista molto ripida. L’ultimo tratto però, il più pericoloso, Giorgio non lo percorreva.  Come mai? Il motivo era molto semplice: in quell’ultimo tratto, molto molto ripido se non si aveva i freni, si cadeva dritti dritti in un dirupo. . Naturalmente, era anche il pezzo più interessante; e percorso con il bob, - che aveva i freni -, sarebbe stato un gioco da ragazzi. E così fu. .. Provammo e riprovammo per impostare bene la parabolica, che fin dall’inizio ci attirò molto; e con qualche modifica con la neve, divenne una vera pista. Andammo per vari giorni,  su quella pista, fino che un giorno, ci stancammo. La pista con i solchi lasciati dal bob, si era gelata troppo nella notte; e subito dopo la parabolica, si cadeva sempre. ..

Con il disgelo della neve, si ritornò alla capanna. Decidemmo di fare una festa di sera. Quella sera, dopo aver convinto i nostri genitori, ci radunammo tutti a casa di Giorgio. Indossavamo un pesante manto nero: il ”Tabar“; tutti noi, ne avevamo uno. Si adoperava ormai, solo per il carnevale. Questo manto, era dei nostri nonni, che lo indossavano negli inverni molto freddi, un sacco d’anni fa. . Faceva un bell’effetto indossato; tutto nero, di panno pesante, lungo fino ai piedi; - specialmente di sera al buio, (sembravi la morte in persona). - A me, e non solo a me, piaceva molto il ”tabar“. .. Con le fiaccole, raggiungemmo il posto dove nel pomeriggio, preparammo la legna da bruciare; e cominciammo, ad accendere il fuoco. La cena era: una salsiccia a testa, da cucinare sull’apposito sasso sopra la brace; ed in fine, riso soffiato; accompagnato dal ”vin brulè“. . La brace non ci fu mai, ma il fuoco sì. Finì per bruciare per benino le salsicce, che però le mangiammo lo stesso; - anzi erano anche buone -. Per il riso soffiato andò tutto bene, era già pronto in un sacchetto di carta come quella del pane. A proposito, c’erano anche le pannocchie arrostite sul fuoco, ma io non ne mangiai. . Il "bello" invece, fu per il ”vin brulè;“ non per farlo: (Giorgio in quel pentolone sul fuoco, ci mise un sacco di spezie, nell’abbondante vino; e venne molto buono); ma per ”portarlo “!! Nessuno di noi credo, aveva già bevuto del vino in passato: tranne qualche rara occasione, in qualche matrimonio degli zii. . Per cui, fece un effetto stano su tutti; vi giuro erano ”stinchi:“ (Termine usato, per dire brilli, fuori di testa ); con classica vomitata. . Non ricordo bene, ma qualcuno però non vomitò. Io per esempio. ..

A proposito di fiaccole, voi non sapete, che noi eravamo dei veri costruttori di fiaccole. A scuola si studiò non so in quale contesto, ma sin dai tempi antichi si usava la fiaccola. E noi ci provammo a costruirne una. Ma con la stoffa, e la resina di pino non ci riuscì un gran che bene; e poi, maneggiare la resina, non era tanto facile; oltre che a trovarla. .. Io, inventai di usare la cera. Dopo vari esperimenti, trovammo la soluzione esatta! La stoffa, più buona all’uso delle nostre fiaccole, era esattamente, quella degli ombrelli vecchi di una volta; (quelli neri). Nel grosso pentolone invece, si bolliva la cera; rubata puntualmente, nel cimitero; in: - non so quante spedizioni che ci furono. - (In pratica eravamo sempre lì). .. Di cera, recuperata dai ”moccoli“, ce n’era tantissima. Una volta resa liquida, nel pentolone, veniva ”puciato“ a mo’ d’impacchi, il pezzo di stoffa nera, tagliato a misura giusta. Poi con il panno ben inzuppato ancora caldo, si arrotolava attorno ai bastoni di lunghezza ”standard“. (naturalmente lo standard, era il nostro; perché le fiaccole così costruite, erano una nostra invenzione). . In fine, ancora un’ultima ”puciata“ nel pentolone, e poi ben riposte per l’asciugatura. Quando si facevano le fiaccole, si lavorava tutti con precisione. Tutti avevano il loro compito. Il taglio, e la pelatura de legnetti, era di Giorgio; il recupero della stoffa degli ombrelli, (si recuperavano anche le bacchette di ferro per le frecce), era mio. Ed il resto, tutti noi a turno; (ci piaceva molto, arrotolare le fiaccole nel pentolone). . Chissà perché, ma la produzione delle fiaccole, era sempre fatta di sera; (almeno quando era un po’ buio); forse, eravamo attratti dal fuoco, proprio sotto quel gigantesco albero di castano; dove noi, eravamo soliti passare giornate intere. .. Era proprio lì, che partivano, sia il sentierino che poco più in la, portava alla capanna; e anche quell’altro, che scendeva al fiume. ..

La capanna, tutta di legno di pino, aveva sull’ingresso una porta molto rinforzata, ed un grosso catenaccio; chiuso da un altrettanto lucchetto. Era l’unico lato accessibile; largo circa, poco più di due metri. . La porta, era spostata sul lato destro della parete; e si apriva, sulla destra; appoggiandosi alla staccionata, proprio sul confine del dirupo. . I due lati, destro e retro, erano completamente inaccessibili dall’esterno; perché, completamente in cima al dirupo. Il lato sinistro poi, non si vedeva per niente; perché fu scavato, dentro la riva del prato; che arrivava fin lì. Naturalmente, era  ben nascosta, da alberi di nocciole. ..

Per la pittura,  - lasciamo perdere -. Trovammo, nella discarica, un sacco di latte, di vernici varie; di tutti i generi; - super scadute da anni. - Prendemmo il pentolone; - ancora quello della cera bollita; - e incominciammo, a svuotarvi tutte, quelle vernici già quasi vuote; e molte, anche rinsecchite. . Insomma, venne fuori un colore assurdo; sul ”viola-ciclamino:“ - “trassoo de ciuchee:“ (vomito di ubriaco). A noi, piaceva; (non, il colore), ma “rugare e rugare, “ in quel pentolone, pieno di vernici; con dei bastoni. .. Andammo poi a casa a prendere i pennelli, e incominciammo a pitturare la capanna. – poverina: faceva proprio schifo -. ..

In una di quelle sere, radunati sotto l’albero con le fiaccole, Giorgio, con il suo coltello, mentre faceva quel gioco stupido; di far passare la lama tra le dita alternativamente, si conficcò il coltello proprio nella mano; vicino al pollice. Il taglio era grave, e sua madre dopo averlo portato di corsa dal dottore, gliele suonò per bene. Mi ricordo che per qualche giorno, Giorgio non si vide in giro. ..

Noi, eravamo anche tutti dei chierichetti. . Quando c’era Giorgio, si rideva; - ma tanto ma tanto, - che il parroco un giorno, ci fece fare una figura, davanti a tutti; e diventammo tutti rossi, come peperoni. . Lui, imitava sempre delle scene; (tipo film, sia di guerra, o indiani; che quelli ridicoli; ad esempio, Fracchia, o Pozzetto). Mentre il parroco non lo vedeva,  noi, dall’altro lato; (praticamente a tiro del prete), dovevamo fare una fatica, per trattenerci dal ridere. . Imitava anche la scena, del taglio con il pugnale, che si fece lui alcuni giorni prima...